Quel Povero Crocifisso

Come è noto, almeno tra i credenti, “il” crocifisso, “quel” crocifisso, ha una lunga storia: poco più di duemila anni. Ma anche il crocifisso in quanto simbolo doloristico esiste da un bel po’ di tempo, più o meno dall’anno 1000, da quando, cioè, gli fu concesso di entrare nelle chiese. Sino ad allora il figlio di Dio veniva rappresentato e celebrato come re, nella sua magnificenza. Il crocifisso nelle aule scolastiche, poi, ha una storia relativamente breve, essendo stato introdotto da norme regolamentari all’interno di due decreti del Regno d’Italia, nel 1924 e nel 1928.

Laddove, e ciò per un credente dovrebbe risultare davvero tremendo, si precisavano gli arredi scolastici. Dunque, tra questi, a partire dal 1924, anno in cui era il filosofo Giovanni Gentile a reggere le sorti della scuola italiana, viene compreso anche il crocifisso. Generalmente in legno e plastica, generalmente affisso al centro della parte sopra la lavagna, generalmente trascurato da tutti, alunni e insegnanti. Qui, forse, sta l’offesa, soprattutto per chi crede. Il simbolo stesso del sacrificio del figlio di Dio per la salvezza degli uomini ignorato, considerato alla stregua di un elemento d’arredo.Di tanto in tanto, in occasione di sentenze e pronunciamenti, la questione torna fuori. Ora è il caso dei giudici della Corte dei diritti dell’uomo di Strasburgo, che si sono pronunciati accogliendo un ricorso presentato nel 2006 da un cittadino italiano. Secondo la Corte, gli Stati sono tenuti “a osservare la neutralità confessionale nei contesti della pubblica educazione”, e “l’esposizione obbligatoria di un simbolo di una data confessione in luoghi che sono autorizzati dalle autorità pubbliche, e specialmente in classe, limita il diritto dei genitori di educare i loro figli in conformità con le proprie convinzioni e il diritto dei bambini di credere o non credere”. Parole difficilmente confutabili, in punta di diritto. Ma invece secondo molti assai discutibili, evidentemente. E che, a ogni modo, hanno sollevato tanta polvere, sufficiente, almeno per un giorno o due, a togliere dalla vista altre e più importanti questioni.Parole che in ogni caso hanno almeno una giustificazione giuridica, a differenza delle tante dichiarazioni scandalizzate che si sono udite tanto a destra quanto a sinistra. Il sindaco di Finale Emilia (nella rossa provincia di Modena), ad esempio, si è affrettato a dichiararsi pronto a firmare un’ordinanza per “imporre” il crocifisso. Agli esponenti della Lega non è parso vero d’avere un’occasione così ghiotta per alzare la voce una volta di più. Ai leader del centrosinistra dev’essere sembrata l’occasione giusta per apparire non faziosi, democraticamente distesi e aperti al dialogo. Ma purtroppo al di là del merito della questione.Ci voleva dunque l’ennesima diatriba sul povero crocifisso per ritrovare la pace bipartisan tra destra e sinistra, tra quelle opposte fazioni che nei due rami del Parlamento, quando di tanto in tanto Camera e Senato si riuniscono, e nei media, più o meno ogni giorno, strepitano e litigano a voce alta su tutto. Una vera e propria unità nazionale a difesa, appunto, di un “simbolo nazionale”, come è stato detto. È il crocifisso un simbolo nazionale? Anche a sinistra c’è chi con forza è pronto a sostenere questo, alla faccia della laicità del nostro Stato e della sua Costituzione (“Tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge”, art. 8).Forse, sullo sfondo, prevale un diffuso senso di nostalgia per la scuola di un tempo. Quella di Vamba e De Amicis, per intenderci. Quella stessa scuola che, però, non prevedeva affisso alle parete alcun simbolo religioso. Neppure un crocifisso.

Bologna, 5-11-2009


 

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