Chi siamo

Il Poggeschi è una delle strutture a carattere associativo rivolte a studenti universitari presenti a Bologna. È un luogo di ritrovo, studio, attività di volontariato e assistenza spirituale. Esso si trova nel Centro storico della città, in via Guerrazzi, a pochi metri dall’incrocio fra la via Mazzini e piazza Aldrovandi. Il centro è un’opera apostolica della Compagnia di Gesù per la pastorale universitaria”, ed agisce in rete con numerosi altri soggetti sia della realtà bolognese (il Tavolo della Pace promosso dalla Provincia, Volabo, la Rete delle scuole di italiano per stranieri, il Centro Studi Donati, la Caritas diocesana, il Centro San Domenico, i Servi di Maria dell’Eremo di Ronzano), che del mondo ignaziano (Jesuit Social Network, Centro Hurtado di Scampia, la missione gesuita in Ciad e altri).
Il Poggeschi è attivo dal 1987, anno della sua fondazione da parte del gesuita Fabrizio Valletti. Il legame del Centro con la figura di padre Valletti – che ha lasciato Bologna nel 2000 – e con i padri gesuiti è sicuramente molto forte, ma si è anche esplicato nel corso del tempo in molte altre forme. Sono stati numerosi, per esempio, i giovani che hanno frequentato e conosciuto il Centro in quanto sede dell’attività sociali e culturali che vi si svolgono.
Padre gesuita era pure colui al quale il Centro è intitolato, Giovanni Poggeschi, pittore e poeta bolognese, in rapporto anche con Giorgio Morandi, di cui era amico e con la cui pittura le opere di Poggeschi mostrano una certa parentela.


Un riferimento ispiratore: La spiritualità ignaziana


Anche se l’insieme delle attività del Centro Poggeschi non davano a pensare a un carattere esplicito di comunità cristiana, l’ispirazione è stata fin dalla sua fondazione, evangelica, e se  si può precisarne la modalità di espressione, ignaziana. Si potrebbe osservare che un attribuzione di questo tipo è facilmente estensibile a diverse esperienze ed al contrario delle stesse. Può essere utile e, perché no, interessante cogliere ciò che voleva significare una serie di scelte, alla luce di ciò che proprio la compagnia di Gesù  andava elaborando dopo il Concilio con l’impronta data da Padre Arrupe e con l’indicazione delle ultime Congregazioni Generali. Il dato da cui partire era la nuova situazione nella società, non solo italiana, non definibile più, nella progressiva estensione della secolarizzazione, come espressione di prevalente cristianità.
  L’ evangelizzazione doveva prendere il via da un primo annuncio  della fede che in ambito universitario, con un carattere laico e di apparente indifferenza alle istanze della spiritualità, non poteva avere necessariamente  una connotazione esplicita di appartenenza religiosa Era quanto nello stesso tempo si andava affermando in esperienze ecclesiali diffuse, anche incoraggiate dallo stile pastorale di Giovanni Paolo II, ben rappresentate da movimenti giovanili presenti nel mondo studentesco. Ma anche se numericamente l’appartenenza a tale stile ecclesiastico poteva apparire rispondente alle istanze di religiosità tipiche di una parte del mondo giovanile, di fatto si acuiva  il senso di contrapposizione con la diffusa e dominante cultura secolare e laica, che affermava una dichiarata distanza dalla chiesa istituzionale.
 Il contrasto si acuiva per il diverso modo di affrontare i problemi del sapere scientifico, delle urgenze economiche, politiche e sociali, più in generale di un nuovo orientamento della società. Se si cercano le motivazioni culturali e spirituali di una divergenza così sensibile, vanno ricercate  nel rapporto con la cultura laica anche di ispirazione marxista. La preoccupazione anche politica di una riaffermazione dell’identità cristiana nel momento critico della storia italiana, spostava verso un atteggiamento intransigente l’attenzione culturale e sociale. Si poteva cogliere , specie in un contesto di solida tradizione di sinistra come quella regionale dell’Emilia Romagna e della città di Bologna, l’impossibilità di progredire sulla via del dialogo e della collaborazione. La stagione culminata con l’assassinio  di Aldo Moro si proiettava nelle due posizioni radicali dei gruppi  contrapposti dell’estrema sinistra da una parte e della affermazione di una identità cattolica dall’altra, contendenti in ambito universitario. La moderazione e la ricerca di una intesa rimanevano interesse di pochi, a partire dai problemi irrisolti dell’ordinamento universitario e dalla necessità di risposte di valore nei confronti di un dilagante neoliberismo, che attraversava lo stile di vita e di studio degli stessi studenti.
La risposta,  come persone  sensibili alla giustizia sociale e ad una visione della società ispirata alla libertà ed alla solidarietà, credenti e non credenti, richiedeva  una riflessione ed una esperienza di carattere culturale e spirituale. Per la maturazione di un cammino ispirato al Vangelo era naturale mettersi alla scuola di Ignazio di Loyola e di Francesco Saverio. Si considerava anche importante curare un serio impegno di servizio nella chiesa locale, in particolare per la pastorale universitaria.    La spiritualità ignaziana non si discosta da “un sentire con la chiesa” tanto cara ad Ignazio, nella sua esperienza di servizio della fede, testimoniato dal “Diario spirituale”, dall’autobiografia e dal percorso degli “Esercizi spirituali”.
Della chiesa in missione nel mondo si desidera cogliere quel respiro evangelico che non sottolinea le differenze per separarsi dal mondo, quanto scoprire e discernere  in ogni realtà ciò che, anche in embrione,  può essere segno dello Spirito del Risorto che anima e libera l’uomo da ogni forma di disordine.
La sensibilità all’ascolto, incoraggiata dall’assidua meditazione della Parola di Dio, può rendere lo spirito, di chi è a contatto con un mondo non cristiano, capace di leggere i segni dei tempi e quelle energie  e prospettive che non tanto nella enunciazione teorica, quanto nella prassi, si mostrano critiche alla esperienza dei profeti d’Israele e alla vita dei discepoli.
Anche i primi cristiani, trovandosi a contatto da una parte con un Giudaismo chiuso alla rivelazione  del Cristo risorto, dall’altra da un sistema di potere religioso-politico come era quello dell’Impero Romano, hanno vissuto l’ansia di cogliere ciò che poteva aprire il cuore alla carità ed alla comunione.
La spiritualità ignaziana, alimentata dall’esperienza degli “Esercizi spirituali”, educa il cuore e la mente a riconoscere anche in chi non si dichiara credente o praticante, quegli elementi di esperienza evangelica fondamento per ulteriori scelte e rivelazioni. Il metodo di avvicinare i giovani attraverso esperienze di servizio, non voleva essere un “espediente di cattura“, ma il reale rispondere ad un bisogno di solidarietà, di entusiasmo all’incontro, di attenzione alla sofferenza ed agli ultimi,  all’impegno comunitario.
La pluralità di situazioni di partenza dei giovani che s’incontravano al Centro Poggeschi, nelle varie  esperienze di servizio, faceva spesso pensare a quel piccolo gruppo di amici che a Parigi iniziarono il cammino di conversione con Ignazio fino a diventare degli autentici missionari e “compagni di Gesù”.
Missionari si può essere in tanti modi in una società complessa e spesso conflittuale dove il comandamento dell’amore può essere accompagnato dall’interiore spinta ad essere aperti alla mondialità, alla pace, alla  nonviolenza, al servizio dei più abbandonati, come gli immigrati  e i carcerati.
I momenti, in cui la spiritualità si animava,  si intrecciavano con l’azione. Poteva essere l’Eucarestia a san Sigismondo  e a san Vitale,  come l’eremo matutino, che dalle sette di mattina, fin  dall’’86, quotidianamente univa singoli e gruppi alla scuola della preghiera, nella cappellina di via Guerrazzi, fino alla lettura della Parola, ai ritiri, agli Esercizi spirituali a Villa Angeli o a Villa san Giuseppe.
Perché sottolineare che questa centralità della preghiera, dell’Eucarestia e della Parola di Dio, si  può definire ispirata alla scuola di Ignazio?  E’ proprio l’intrecciarsi  della ricerca di fede con la promozione della giustizia ed il servizio  di una sempre più ampia dimensione culturale, che è fra le migliori attuazioni di quell’essere “contemplativi nell’azione”,  punto fondamentale ed  obiettivo privilegiato del cammino di Ignazio.
La contemplazione ignaziana va oltre l’atteggiamento pure comprensibile di essere custodi della tradizione e di ciò che di più valido il patrimonio della “dottrina” può avere  trasmesso. La custodia, che  si trasforma in conservazione, impedisce di vivere la dimensione  più ricca dello Spirito che è la speranza.  Proiezione in un futuro che nella prospettiva salvifica è incarnazione  di un Regno promesso e che pure viene affidato all’umanità perché ne sia artefice nella giustizia e nella pace.
E’ spirito ignaziano il credere la chiesa come un divenire di popolo in cammino senza confini e discriminazioni, alla ricerca di sempre nuove relazioni, libere dal proselitismo che vorrebbe riportare anche le diverse esperienze in una uniforme ed unica identità. S fa strada la costante aspirazione a vivere lo Spirito presente nei fenomeni umani, che la scienza, la politica, l’arte, l’economia prospettano.
“Aggregare” in ambiente universitario,  dove si dovrebbe formare una professionalità non solo mirante al profitto,  ma come fermento di lavoro  al servizio dei bisogni più autentici, vuol dire raccogliere ed accogliere le diversità come occasione di nuove forme di cultura inclusiva, che non vuole escludere nessuno dai processi anche produttivi e di formazione sociale.
L’esperienza di comunione vissuta con i detenuti, gli immigrati, i rifugiati politici, è stata un esemplare cammino di ricerca e di scoperta, quella sorpresa”contemplativa” di una realtà nascosta  nel cuore dell’uomo che si fa linguaggio di giustizia, quando ci si unisce per costruire la città dell’uomo, che più somigli a quel disegno di felicità che il Creatore ha pensato per il suo universo animato e inanimato, visibile e invisibile.
L’incontro con l’Islam è stato possibile nel servizio alla scuola di Italiano per gli immigrati,  con i pakistani, nella relazione di amicizia con i ricercatori provenienti dal Malì, ed infine è stato approfondito nei ripetuti  viaggi  nel Ciad a contatto con la popolazione dei villaggi e delle città. E’ stato possibile cogliere l’unicità dell’ ”Io ci sono”, la manifestazione del “roveto” che aprì a Mosè la strada della Torah e per tutti noi dell’alleanza.
Per chi è stato più vicino con i fratelli musulmani, è stato possibile intravedere  le prospettive di comunione che la loro fede offriva al nostro modo di intendere la religiosità, che poteva sembrare semplice ed ingenua, ma che riportava noi occidentali, razionali e radicati nella ricerca di sicurezza economica, ad un incontro con il mistero.  E’ un restituire luce all’interno dell’ oscurità, propria della nostra società opulenta ed insieme senza speranza. E’ nella prospettiva evangelica  e nello spirito dell’elezione ignaziana  che si può cercare la sintesi dello spirito di intelligenza e di giustizia che anima tanta parte degli onesti “laici” della vecchia Europa, con  lo spirito più profondo e vicino all’atteggiamento dei mistici, che i più liberi testimoni dell’Islam ci suggeriscono.
Ignazio è stato un testimone di quell’esperienza  che Paolo descrive quando dice di farsi tutto a tutti in Cristo, di chi condivide nella gioia e nel dolore, nella persecuzione e nella pace, il cammino di tanta umanità. Nell’essere tutto a tutti, tutto a Cristo, si riassume quell’offerta di sé come intelletto , memoria  e volere,  caratteristica dello spirito di Ignazio nell’essere al servizio di Cristo e dell’umanità.
 

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